il maggio di s.giuliano

IL MAGGIO

“simbolo dell’identità culturale degli accetturesi in paese e di quelli che  sono sparsi per l’Italia e per il mondo”

 

L’antichissima  consuetudine di piantare alberi, un  tempo diffusa in tutta  l’Europa, sopravvive ancora in Francia, in Irlanda e in Baviera. In quest’ultima regione è famoso il Mai Baum.In Italia il rito è attestato su tutto il territorio. Feste legate all’albero si celebrano a Ponte Nossa, nella bergamasca, a Fontanelle Grazioli (Brescia), a Vetralla (Verbo), a Baiardo (Imperia), a Baiano (Avellino), in molte località dell’Umbria, ad Alessandria del Carretto (Cosenza) a Terrasini (Palermo). In Basilicata il culto è largamente praticato. Sono noti i  maggi di Oliveto Lucano e Pietrapertosa, le feste dell’antenna a Castelsaraceno, della pitu a rotonda e Viggianello

Fra tutte le feste, per notorietà e complessità primeggia quella di Accettura, conosciuta come il MAGGIO.La festa ha inizio la domenica  di Pentecoste.  Di buon mattino un folto gruppo di cimaioli si dirige verso la foresta di Gallipoli, alla ricerca della promessa sposa, un vezzoso agrifoglio, adorno di fiori bianchi e  bacche rosse. Dopo averlo reciso, i più robusti se lo caricano sulle spalle e si avviano per il ripido sentiero che conduce al paese. Il percorso è lungo, oltre 15 chilometri. Ma né il peso, né la distanza, né il caldo impediscono i baldanzosi cimaioli, ebbri di vino e di protagonismo. Il festoso corteo procede con allegria , fra canti, balli e suoni. Dopo un pantagruelico banchetto collettivo,inframmezzato da cori, si riprende il cammino. Ora sono utili anche le per poggiarsi le crocce , lunghi bastoni a forcella, decorati da intarsi, buone per sostenere l’agrifoglio. 

Contemporaneamente dal bosco  Montepiano si avvia lentamente il corteo del cerro sposo. Al lungo e pesante tronco sono aggiogate pariglie di robusti e pazienti buoi di razza podolica, infiorettati di ginestre. Il tragitto si sviluppa lungo impervi tratturi che rallentano il ritmo. E’ la sosta per il pranzo, appaiono ricotte ancora fumanti, prelibati caciocavalli di vacche nostrane e squisite salsicce di maiali allevati con la ghianda. E’ già sera  quando i due cortei entrano in  paese. Maggiaioli e cimaioli, stanchi e sudaticci, ma euforici  per la riuscita dell’impresa, si confondono. Esplode la festa di popolo, che durerà fino a notte inoltrata. Il lunedì è una giornata di riposo e di preparativi. Si appronta l’occorrente per il congiungimento e l’innalzamento dei due alberi. Il martedì  la policroma statua di S. Giuliano percorre le strade principali, preceduta da una lunga teoria di ragazze da marito che portano sul capo le cende, ex voto, strutture lignee a forma di piramide tronca, agghindate con ceri, nastrini e fiori. Intanto, nel Largo San Vito continuano  le complesse e difficili operazioni a cui sovrintendono i più anziani, custodi di tecniche arcaiche, per accoppiare e innalzare il cerro e l’agrifoglio, che saldamente congiunti sono il “MAGGIO”. Al cospetto del Santo, l’unione, simbolo di fertilità e auspicio di abbondanza, è sancita. Dritto e slanciato domina  sulle case.

L’appuntamento per la fase conclusiva è all’imbrunire. Squadre di cacciatori, armati di doppiette, mirano alla chioma del maggio per colpire targhette metalliche corrispondenti a polli, capretti, conigli ed agnelli, che sino agli anni ’50 erano realmente appesi. La folla si raduna sotto l’albero. E’ il momento magico della scalata. Giovani ardimentosi si arrampicano e raggiungono la sommità del maggio. Dall’alto, esibendosi in spericolate acrobazie, salutano gli attoniti spettatori. Un altro maggio si è concluso.

 

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